marta mingolla
traduttrice & sottotitolatrice - inglese & spagnolo > italiano
Collaboro con il progetto Melting Pot Europa, uno spazio di informazione e approfondimento libero, autonomo e gratuito, per il quale ho tradotto diversi articoli sull’immigrazione, dall'inglese e dallo spagnolo.
EN>IT | 01 Refugees allege physical, sexual abuse by Croatian authorities
Estratto della traduzione di un articolo di Aljazeera. Traduzione completa, qui.
Refugees allege physical, sexual abuse by Croatian authorities
Refugees and migrants have sustained “severe injuries” after having allegedly been whipped, beaten and sexually abused at the hands of Croatian authorities during their attempts to reach western Europe for asylum.
Last week, the Danish Refugee Council (DRC) collected testimonies from more than 70 refugees and migrants at the Miral camp in western Bosnia who said they experienced violent pushbacks by Croatian authorities.
The route through the Bosnia-Croatia border is popular with refugees attempting to cross into EU-member Croatia from Bosnia, with the aim of reaching Western Europe.
Human rights groups have long accused Croatian authorities of violent pushbacks, while many say refugees have also been robbed of their belongings in the process.
But the latest testimonies collected by DRC, sent to Al Jazeera on Wednesday, mark an escalation with reports of sexual abuse and “extreme violence”.
The victims include refugees from countries including Afghanistan, Pakistan, Bangladesh and Morocco.
According to their testimonies, four Afghan victims aged 16 to 24 crossed the border and were detained by Croatian police. They were transported on October 14 to an unknown location in Croatia and handed over to 10 armed people, dressed in black with their faces fully covered with balaclavas.
They were ordered to strip down to their underwear and their belongings were set on fire. They were ordered to lie on the ground, face down.
“Midway during the beating, one of the men in black penetrated M.K’s anus forcefully with a branch. The penetration was done over the underwear. During this particular moment, the rest of the men in black were laughing,” DRC said, referring to the 24-year-old Afghan. [...]
Rifugiati denunciano abusi fisici e sessuali da parte delle autorità croate
Rifugiati e migranti avrebbero subito “lesioni gravi” dopo essere stati presumibilmente frustati, picchiati e violentati dalle autorità croate durante i loro tentativi di raggiungere l’Europa occidentale per ottenere asilo.
La scorsa settimana, il Danish Refugee Council (DRC) ha raccolto le testimonianze di più di 70 rifugiati e migranti nel campo di Miral, nella Bosnia occidentale, che hanno raccontato di aver subito respingimenti violenti da parte delle autorità croate.
La rotta attraverso il confine con Bosnia e Croazia è molto battuta tra i rifugiati che dalla Bosnia tentano di entrare in Croazia, paese membro dell’UE, con l’obiettivo di raggiungere l’Europa occidentale.
I movimenti per i diritti umani hanno a lungo accusato le autorità croate di respingimenti violenti; in molti sostengono che i rifugiati siano stati anche derubati dei propri averi.
Ma le ultime testimonianze raccolte dal DRC, inviate ad Al Jazeera mercoledì, segnano un’escalation con segnalazioni di abusi e “violenze estreme”.
Tra le vittime vi sono rifugiati provenienti da paesi come Afghanistan, Pakistan, Bangladesh e Marocco.
Secondo le loro testimonianze, quattro vittime afgane di età compresa tra i 16 e i 24 anni, hanno attraversato il confine e sono state fermate dalla polizia croata. Il 14 ottobre sono state portate in un luogo sconosciuto in Croazia e consegnate a 10 persone armate, in uniforme nera e con il volto coperto da passamontagna.
È stato ordinato loro di spogliarsi, tenendo addosso solo la biancheria, e i loro effetti personali sono stati bruciati. Gli è stato poi ordinato di stendersi faccia a terra.
“Durante il pestaggio, uno degli uomini in nero ha penetrato con un ramo l’ano di M.K. La penetrazione è stata fatta sopra la biancheria intima. Questo, mentre gli altri uomini in nero ridevano” ha detto il DRC, riferendosi al ragazzo afgano di 24 anni. [...]
ES>IT | 02 Atrapadas en Ceuta
Estratto della traduzione di un articolo di elDiario.es. Traduzione completa, qui.
Atrapadas en Ceuta
Ceuta es una inmensa cárcel. Siempre lo ha sido. Desde que en 1415 el Reino de Portugal se asentó en este territorio y lo fortificó convirtiéndolo en una ciudad presidio, no ha cambiado su función hasta la actualidad. Si bien es cierto que en términos jurídicos y penitenciarios Ceuta no es una prisión, sí que lo es en términos simbólicos, de ahí una de las frases más repetidas por las personas en tránsito migrante: “Ceuta es una cárcel a cielo abierto”.
Analicemos esto con detalle. Ceuta vive insertada en una disposición adicional del Acuerdo Schengen, por lo que dependiendo de la valoración del profesional del ámbito jurídico y/o académico se podrá considerar como espacio Schengen o no. Su frontera con Marruecos es líquida, por un lado, es porosa para las personas transfronterizas del norte de Marruecos y para turistas con alto poder adquisitivo del país vecino, mientras que, por otro lado, es impenetrable -o aspira a serlo- para las personas en tránsito o movimiento migrante. La clave: las primeras dejan un beneficio económico a la ciudad, bien sea como mano de obra barata o como gasto directo en las empresas instaladas en Ceuta, y las segundas no generan ningún reporte económico a la ciudad.
Vamos a dar un paso más. Si las personas migrantes consiguen entrar a Ceuta no son internadas en un Centro de Internamiento para Extranjeros (CIE), puesto que en Ceuta -al igual que en Melilla- no existen los CIE, sino que van al Centro de Estancia Temporal para Inmigrantes (CETI). Aunque pueda parece una simple cuestión semántica, no lo es. En primer lugar, porque se hace hincapié en la distinción entre extranjero e inmigrante, pero, sobre todo, y en segundo lugar, porque en el CIE las personas internas están privadas de libertad -aunque jurídicamente los CIE no tengan consideración de prisión, actúan como tales- mientras que en el CETI pueden salir del centro. ¿Por qué? Sencillo. Ceuta es una cárcel, ¿dónde van a escapar? ¿a dónde van a huir las personas internas? Solo para reflexionar, las Islas Canarias tienen una geografía similar a Ceuta -extra-peninsulares y con recepción de personas migrantes-, y en las Canarias hay CIE, no CETI.
Por ello, no es de extrañar la situación vivida en Ceuta tras el cierre de la frontera del Tarajal en la madrugada 12 de marzo por parte del Reino de Marruecos. Son aproximadamente 30.000 personas transfronterizas las que se desplazan diariamente para ir trabajar a Ceuta desde los municipios marroquíes colindantes a la frontera. Ellas son: trabajadoras de hogar, porteadoras, trabajadoras de la restauración y trabajadoras sexuales. Ellos son: trabajadores de la construcción y de la restauración. No necesitan visado para entrar en Ceuta, únicamente tener el pasaporte en vigor. Trabajan en condiciones de semi-esclavitud con jornadas eternas y sueldos ínfimos y, entre todas estas personas, son las porteadoras y las trabajadoras de hogar quienes ocupan el último escalón de la jerarquía “imaginaria” del trabajo transfronterizo. [...]
Intrappolate a Ceuta
Ceuta è un carcere enorme, e lo è sempre stato. Da quando nel 1415 il Regno del Portogallo si stabilì nel territorio, fortificandolo e convertendolo in una città presidio, la sua funzione è rimasta la stessa. Sebbene in termini giuridici Ceuta non possa essere definita una prigione, lo è sicuramente in termini simbolici. Da qui, infatti, proviene una delle frasi più ricorrenti tra le persone migranti: “Ceuta è un carcere a cielo aperto”.
Ma vediamo la questione più da vicino. Ceuta è inserita in una disposizione aggiuntiva del Trattato di Schengen: ciò significa che si può considerare spazio Schengen oppure no, in base alla valutazione di un giurista. La sua frontiera con il Marocco, per i transfrontalieri del Marocco settentrionale e per i turisti dei paesi facoltosi confinanti, è permeabile; per chi, invece, è in transito o per i migranti, è impenetrabile - o aspira a esserlo. Questo perché i primi assicurano un beneficio economico per la città (sia come manodopera a basso costo, sia come spesa diretta per le aziende con sede a Ceuta); mentre i secondi non generano alcun tipo di profitto per la città.
Facciamo un passo avanti. Se le persone migranti riescono a entrare a Ceuta, non vengono rinchiuse in un Centro de Internamiento para Extranjeros (Centro di accoglienza per stranieri - CIE) - anche perché a Ceuta, così come a Melilla, non esistono CIE - ma finiscono in un Centro de Estancia Temporal para Inmigrantes (Centro di accoglienza temporaneo per immigrati - CETI).
Sebbene possa apparire come una banale questione semantica, non lo è. Non lo è, in primo luogo, perché sottolinea la distinzione tra straniero e immigrato, e non lo è - in secondo luogo - soprattutto perché le persone detenute nel CIE vengono private della libertà (giuridicamente, i CIE non sono prigioni, ma è come se lo fossero); dal CETI, invece, si può uscire. Perché? Semplice. Ceuta è un carcere: da dove dovrebbero scappare?
Dove dovrebbero fuggire le persone detenute? Giusto per riflettere un attimo: le Isole Canarie hanno una geografia simile a quella di Ceuta. Sono extra peninsulari e sono luoghi dove si verificano sbarchi di migranti; nelle Isole Canarie ci sono i CIE, ma non i CETI.
Non sorprende, quindi, la situazione di Ceuta dopo la chiusura del confine di Tarajal, avvenuta il 12 marzo, da parte del Regno del Marocco. Sono approssimativamente 30.000 i transfrontalieri che si spostano quotidianamente per andare a lavorare a Ceuta, provenienti dai comuni marocchini attigui al confine. Queste persone sono domestiche, facchine, lavoratori nell’ambito della ristorazione, dell’edile e sex worker. Non hanno bisogno del visto per entrare a Ceuta: a loro basta un passaporto valido. Lavorano in condizioni di semi-schiavitù, con giornate lavorative lunghissime e salario basso. Tra queste, sono le facchine e le domestiche a occupare l’ultimo scalino della gerarchia “immaginaria” dei transfrontalieri. [...]